La bilancia pende in un'aula silenziosa, il seggio del giudice vuoto sotto una pioggia costante che picchietta sui vecchi vetri. Il martelletto attende intatto sulla scrivania, il manico scurito da molte mani, intagliato in un noce che un tempo cresceva sulla riva di un fiume lento e mutevole. In questa stanza l'ordine è un disegno consunto; le pagine del registro sono sbavate, i numeri che sfumano nell'incertezza, e una sola piuma di una penna d'oca perduta giace dimenticata tra le piastrelle di marmo. La procedura gira, ma senza la figura che dovrebbe presiederla, ogni rito diventa vuoto.
Fuori, la terra beve la pioggia e libera un profumo antico e radicante. Nei campi oltre il paese restano dopo il raccolto file di stoppie di grano, gli steli spezzati e lasciati spogli, a segnare l'assenza delle spighe. Le talpe scavano gallerie sotto, rimestando il terriccio in piccoli cumuli, il loro lavoro invisibile ma tenace. Le cornacchie che un tempo si radunavano a spigolare indugiano sui pali dello steccato, scrutando i solchi, la testa inclinata come per fare i conti, quasi annotassero ogni omissione.
Nel villaggio le porte della conceria oggi sono chiuse, eppure il ricordo del suo mestiere indugia: pelli tese sui telai, guanti spessi impilati in una cesta accanto al focolare, stivali incrostati della polvere della strada maestra. L'osteria lì vicino è più silenziosa del solito, le botti di birra allineate lungo la parete, ogni doga gonfia per gli anni d'uso. Dietro il bancone una donna lucida un mestolo di legno con l'orlo del grembiule, fermandosi di tanto in tanto a guardare il tavolo d'angolo vuoto, apparecchiato per qualcuno che non è mai arrivato.
Sul pendio sovrastante i faggi stanno con le radici aggrappate al fianco della collina, le foglie cadute schiacciate sul sentiero. La tana di una volpe si apre al margine del boschetto, foderata di pelo perduto e dei resti dell'erba dell'inverno passato. Quando soffia il vento, porta l'odore della torba dalla palude sottostante: denso, pungente, inconfondibile, il prodotto di secoli di muschi e ramoscelli caduti pressati nel terreno. Passa un cacciatore, il fucile a tracolla su una giacca di lana, gli stivali incrostati del fango della settimana scorsa, il corno cavo che gli batte piano contro il fianco.
In casa una pentola di terracotta sobbolle sul fornello, piena di ortaggi a radice presi dalla dispensa: tuberi raggrinziti ai bordi, ma sodi nel cuore. Una pagnotta di pane di segale si raffredda sul tavolo, la crosta incisa dall'ultimo passaggio della lama del fornaio, la forma perfetta se non per il centro afflosciato. La credenza custodisce un sacchetto di funghi secchi, raccolti nel sottobosco dopo la pioggia, le forme nodose e contorte, ciascuno con una storia d'ombra e di silenzio.
Oggi, per tenere fermo il vorticare di ciò che è rimasto incompiuto, può allacciarsi un grembiule di cuoio e impastare con mani misurate. Può prendere la vecchia scopa di legno e spazzare la soglia, raccogliendo ciò che indugia negli angoli. Può andare al margine del campo più vicino, chinarsi a toccare gli steli ruvidi e ricordare ciò che resta dopo il raccolto. Oppure può scrivere una lettera a colui o colei la cui assenza deforma l'equilibrio, sigillandola con una goccia di ceralacca e l'impronta di un guscio di noce.
Il colore portafortuna di oggi è marrone.
Lucky Color: Brown — #A52A2AProceda con passo saldo, e abbia fiducia nel lavoro invisibile.